La scomparsa di Kurt-Victor Selge, avvenuta lo scorso 5 Aprile, colpisce profondamente la medievistica internazionale e in special modo l’ambito degli studi su Gioacchino da Fiore. Figlio di un pastore luterano, da bambino Selge aveva seguito la famiglia da Brema ad Amburgo, dove aveva frequentato il liceo e intrapreso gli studi universitari. Successivamente si era trasferito all’università di Heidelberg, per studiarvi teologia evangelica sotto la guida del celebre Hans von Campenhausen. Lì consegui nel 1961, a soli 28 anni, l’abilitazione in teologia. In tale occasione presentò uno scritto sulle origini della Riforma, tema di ricerca cui rimase sempre legato. Aveva peraltro nel frattempo intrapreso, a seguito di un primo soggiorno in Italia (1958-1959) reso possibile da una borsa di studio fruita a Roma presso la Facoltà teologica valdese, lo studio – del tutto inusuale per un uno storico luterano della teologia luterana – di figure e movimenti della storia religiosa dell’Occidente dei secoli XII e XIII: Valdesio e i poveri di Lione, Francesco d’Assisi e i primi frati minori. Lo aveva avvicinato a questi interessi per la vita apostolica e per la scelta della povertà volontaria il magistero del grande medievista tedesco Herbert Grundmann, Presidente dei  Monumenta Germaniae Historica, la più prestigiosa istituzione tedesca dedita allo studio della storia, in special modo medievale. In tale ambiente nacque anche, fin dagli anni ’70, il sodalizio scientifico con il più giovane Alexander Patschovsky, l’ultimo allievo di Grundmann, “Mitarbeiter” dei Monumenta e redattore della prestigiosa rivista “Deutsches Archiv”. Insieme i due pubblicarono una antologia delle fonti per la storia dei Valdesi, rimasta a lungo un punto di riferimento per la storiografia medievistica.

Docente ad Heidelberg e per un anno a Perth in Australia, Selge divenne poi ordinario di storia della Chiesa alla Facoltà teologica ecclesiastica di Berlino, incorporata a seguito della riunificazione tedesca nella prestigiosa università Humboldt, dove chiuse quindi la sua carriera. Accanto agli interessi medievistici, continuò sempre a coltivare ambiti di studio nella storia della teologia e della filosofia moderne. Membro della Accademia delle Scienze di Berlino-Brandeburgo, diresse per quasi trent’anni a partire dal 1979 il centro di ricerca dedicato in essa a Friedrich Schleiermacher e all’edizione critica dei suoi scritti.

In Italia si era legato molto presto a Raoul Manselli, i cui legami con la medievistica tedesca erano facilitati dalla sua conoscenza (allora rara) della lingua, acquisita grazie a un soggiorno giovanile a Brema in qualità di “lettore” di italiano. Fu Manselli, primo Direttore del Comitato scientifico del Centro internazionale di Studi Gioachimiti, ad appassionarlo alla figura e all’opera di Gioacchino e a coinvolgerlo fin dagli inizi nelle attività del Centro. A partire dagli anni ’80 Gioacchino divenne il principale tema di interesse scientifico per Selge, anche qui nella scia di Grundmann, che allo studio della vita e delle opere di Gioacchino si era lungamente dedicato, senza peraltro riuscire ad arrivare a pubblicarne criticamente la Concordia, alla cui edizione aveva dedicato tante energie. Qui, nello studio di Gioacchino, Selge incontrava nuovamente Patschovsky, e con lui Robert Lerner, Roberto Rusconi (già incrociato nell’ambito della Società Internazionale di Studi Francescani) e Gian Luca Potestà. Con loro dava vita, nella seconda metà degli anni ’80, alla Commissione Internazionale per l’Edizione critica degli Opera omnia di Gioacchino, assumendone la funzione di coordinatore. Il primo volume fu pubblicato nella prima metà degli anni ‘90, l’impresa continua, avvalendosi ora anche dell’apporto di Marco Rainini, ed è ormai giunta alla vigilia della conclusione.

Sostenuto da cospicui finanziamenti messigli a disposizione dalla Deutsche Forschungsgemeinschaft, Selge portò avanti in maniera sistematica la ricerca dei manoscritti contenenti opere autentiche di Gioacchino già avviata da Herbert Grundmann. Della ricerca dell’illustre predecessore resta traccia grazie alle cartoline postali da lui inviate negli anni ’30 (con affrancatura di ritorno) alle principali biblioteche europee per ottenere informazioni sulla eventuale presenza in ciascuna di esse di codici gioachimiti. Selge poté invece viaggiare di persona, percorrendo in lungo e in largo l’Europa, vedendo i manoscritti e acquisendo informazioni decisive ai fini dell’allestimento delle edizioni critiche (grazie anche all’impegno di Roberto Rusconi fu via via acquisito un patrimonio di microfilm pressoché completo dei manoscritti). Contemporaneamente intraprendeva, avvalendosi della collaborazione preziosa di diversi collaboratori a tempo definito, il lavoro parallelo per l’edizione critica dello Psalterium decem cordarum e dell’Expositio in Apocalypsim. Si trattava in verità di un impegno imponente e sovrastante, la cui assunzione egli non aveva forse inizialmente valutato nella sua effettiva portata e nelle competenze codicologiche, paleografiche e filologiche che richiedeva: opere la cui tradizione manoscritta è ampia e complessa, come lo stesso Selge dovette riconoscere nel corso del tempo, in quanto oggetto da parte di Gioacchino di un lavorio redazionale ininterrotto, poiché l’abate, lavorando parallelamente su di esse per almeno un quindicennio, le sottopose a incessanti revisioni (documentate appunto dalla tradizione manoscritta), miranti ad aggiornarle nel corso del tempo in relazione al mutare delle proprie idee e delle contingenze storiche. Di fatto la pubblicazione dell’edizione critica dello Psalterium vide la luce solo nel 2009, grazie anche alla spinta e al sostegno di Alexander Patschovsky. Quanto al lavoro per l’edizione del Commento all’Apocalisse, cui si prestò per anni in qualità di preziosa collaboratrice Julia Eva Wannenmacher, esso rimase incompiuto. Ripreso ab imo da Patschovsky, è attualmente in via di completamento. Negli ultimi anni Selge, ritiratosi dopo la morte della moglie Annelies in una residenza berlinese per anziani, seguiva più da lontano le attività degli editori e del Centro, così come quelle dell’Accademia delle Scienze di Berlino-Brandeburgo, nel cui imponente edificio della Jägerstraße aveva conservato fino a poco tempo fa il proprio studio, gremito di libri accatastati, riguardanti i principali ambiti di suo interesse.

Chi lo ha conosciuto non può certo dimenticare alcuni tratti caratteristici della sua personalità: il carattere imprevedibile e umorale, il suo piacere per la parola, la sterminata cultura teologica, letteraria e musicale, la singolarità del suo presentarsi, con quel tratto che gli era conferito dall’abbigliamento studiatamente giovanilistico e persino trasgressivo, certo poco attento alle forme accademiche inamidate; e dalla moto pesante, con cui lo si vide comparire di colpo, per un certo tempo, anche in Italia.

 

 

Gian Luca Potestà