Mercoledì 5 agosto 2026, alle ore 18:00, nella Sala didattica della Biblioteca del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, presso l’Abbazia Florense di San Giovanni in Fiore, si terrà un seminario su ” Gioacchino da Fiore nei primi commentatori danteschi“.

Dopo l’introduzione del prof Giuseppe Riccardo Succurro, Presidente del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti, interverrà il prof Michelangelo La Luna, docente di Lingua e Letteratura italiana alla University of Rhode Island (USA) e autore dell’opera “Falso Boccaccio, Chiose alla Commedia di Dante Alighieri contenute nel manoscritto Harvard MS Ital 54”. Jacopo e Pietro Alighieri, Jacomo della Lana, Giovanni Boccaccio, Francesco Buti ed un anonimo definito “Falso Boccaccio”, sono alcuni dei primi commentatori della Divina Commedia di Dante.

Il Falso Boccaccio dedica a Gioacchino una chiosa di notevole densità : “Metteci, e mostralo all’auctore, l’abate Giovachino di Chalavra, solempne doctore e grande maestro in profecie: e fra le sue mirabili cose fece uno libro dov’egli desengnò tutti i papi che doveano e debbono venire dietro a lui, e i loro acti e sengni e costumi, et a ciaschuno mise a’ pie’ la figura del suo vicio, o vero in figura degli animali, in vertudiosi e diffectuosi.”
Il chiosatore definisce Gioacchino “solempne doctore” — formula onorifica di alto prestigio che nel commento è riservata anche a Tommaso d’Aquino — e “grande maestro in profecie”, evidenziando non solo la sua autorità dottrinale ma soprattutto il suo carisma profetico. Si tratta di un’ammirazione che va ben al di là di quanto ci si aspetterebbe da un semplice commentatore del testo dantesco.

L’opera descritta dal Falso Boccaccio — in cui ogni papa futuro è raffigurato “in figura degli animali” per simboleggiarne vizi o virtù — corrisponde ai cosiddetti Vaticinia de Summis Pontificibus, una raccolta profetica pseudo-gioachimita formatasi tra la fine del XIII e il XIV secolo e poi rielaborata nel XV. Nel Trecento la distinzione tra il corpus autentico di Gioacchino e le opere ad esso attribuite non era ancora avvertita: per il Falso Boccaccio e per Benvenuto, il libro dei “papi animali” era considerato a tutti gli effetti opera dell’abate calabrese.

Il Falso Boccaccio è più preciso e dettagliato di Benvenuto nella descrizione di quest’opera. Mentre l’Imolese scrive genericamente che ogni pontefice è ritratto “in diversa forma et figura” (Lacaita), il commentatore volgare specifica che i papi sono rappresentati “in figura degli animali, in vertudiosi e diffectuosi” — cioè che le figure animali simboleggiano sia i vizi sia le virtù di ciascun pontefice, un’osservazione iconograficamente più precisa e pertinente. Nelle recollectae bolognesi e ferraresi la descrizione si riduce ulteriormente: “qui predixit multa de papis futuris” (LDB) e “fecit librum Pastorum, ubi figuravit figuras summorum pontificum” (LDF).

Il confronto sinottico tra i quattro testi (BNCF II.I.47, Lacaita, LDB, LDF) mostra una progressione significativa. Il Falso Boccaccio e l’edizione Lacaita condividono l’ammirazione per Gioacchino come profeta e la menzione del libro sui papi, ma il testo volgare è più ricco di dettagli iconografici. Le due serie di recollectae benvenutiane si limitano invece a brevi annotazioni identificative. Benvenuto nella Lacaita dichiara, secondo un noto professore della Sapienza (Luca Fiorentini) di aver preso frequentemente visione del testo (“ut saepe notavi”), il che è notevole, data la rarissima circolazione dell’opera — guardata con sospetto dalle autorità ecclesiastiche. Si possono avanzare due possibili interpretazioni di questa dichiarazione: che Benvenuto avesse effettivamente avuto accesso ripetuto al testo, grazie a qualche contatto privilegiato nell’ambiente francescano; oppure che il “notavi” vada inteso come “ho sovente notato/annotato” in precedenti osservazioni personali sulla tradizione gioachimita. In ogni caso, un riscontro esplicito in tal senso non emerge dal testo.

Il dubbio che sorge è che per un intellettuale come Benvenuto da Imola, attivo presso istituzioni laiche a Bologna e Ferrara, sarebbe stato estremamente difficile avere sottomano e conoscere in maniera approfondita un’opera tanto rara e “sospetta” come i Vaticinia de Summis Pontificibus, di cui circolavano soltanto pochi esemplari. L’ipotesi più plausibile è che la chiosa della Lacaita su Gioacchino rientri tra quelle che l’Imolese non ha scritto o non ha avuto il tempo di revisionare adeguatamente, e che il testo del Falso Boccaccio rappresenti la fonte più antica e ricca, di cui le recollectae delle diverse redazioni benvenutiane non sono che sunti in latino sempre più sommari.