Gioacchino da Fiore, Concordia del Nuovo e dell’Antico Testamento. Libri I-IV, a cura di G. L. Potestà (Opere di Gioacchino da Fiore: testi e strumenti 30), Roma, Viella, 2022, 342 pp., € 38; Libro V, a cura di G. L. Potestà (Opere di Gioacchino da Fiore: testi e strumenti 32), Roma, Viella, 2025,
396 pp., € 40.
L’articolo di Michele Lodone “Gioacchino da Fiore e la decifrazione del tempo” è pubblicato a pagina 24 del fascicolo n. 9 (Settembre 2026) de “L’Indice dei Libri del Mese”, all’interno della sezione dedicata alle Religioni. Il contributo consiste in una recensione critica approfondita dell’edizione della Concordia del Nuovo e dell’Antico Testamento (Libri I-V e Libro V) di Gioacchino da Fiore, curata da Gian Luca Potestà e pubblicata dall’editore Viella nella collana editoriale del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti “Opere di Gioacchino da Fiore: Testi e strumenti”.
Se vede arrivare una minaccia, la sentinella deve dare l’allarme con prontezza. L’immagine viene dal profeta Ezechiele, e l’abate calabrese Gioacchino da Fiore (c. 1135 – 1202) la applica a sé stesso non tanto per rivendicare il ruolo di profeta, quanto per definire il compito di chi, come lui, scruta la Scrittura e cerca nei suoi simboli il misterioso ritmo della storia. La fine si avvicina: nei limiti della conoscenza umana, è necessario comprenderne i tempi e le modalità; è necessario avvertire i cristiani, scuoterli dal torpore, prepararli alle tribolazioni imminenti. Da questa convinzione nasce la Concordia del Nuovo e dell’Antico Testamento, l’opera forse più ambiziosa di Gioacchino, per la prima volta tradotta ora integralmente in italiano da Gian Luca Potestà.
La pubblicazione arriva in un momento in cui l’edizione critica di tutte le opere di Gioacchino è ormai vicina al compimento. Avviato negli anni Ottanta e promosso dal Centro internazionale di studi gioachimiti di San Giovanni in Fiore, il cantiere ha coinvolto per quasi mezzo secolo alcune fra le
istituzioni più autorevoli della medievistica europea, come i Monumenta Germaniae Historica e l’Istituto storico italiano per il Medioevo. Le tre opere principali dell’abate sono oggi disponibili in edizioni affidabili: Kurt-Victor Selge ha curato il Salterio dalle dieci corde; Alexander Patschovsky,
con un lavoro filologico imponente, ha dato l’edizione della Concordia e del commento all’Apocalisse. È ormai imminente il volume dedicato alle Figurae, affidato a Marco Rainini, che nei suoi studi preparatori ha già chiarito come il cosiddetto Liber figurarum non sia un libro organico,
ma una raccolta di immagini e diagrammi ricavati da varie opere di Gioacchino.
Questa lunga stagione di studi ha cambiato le condizioni stesse della ricerca. Oggi è possibile farsi un’idea filologicamente e storicamente fondata del pensiero di Gioacchino, distinguendo l’opera autentica dalle molte attribuzioni spurie che per secoli ne hanno accompagnato il nome. Tra le più
celebri spicca il Super Hieremiam, un commento al profeta Geremia attribuito all’abate calabrese e riconosciuto come pseudoepigrafo solo alla metà dell’Ottocento. In quelle pagine veniva esaltato il ruolo dei frati mendicanti, soprattutto dei Minori, nello scontro finale con il Nemico degli ultimi
tempi, nel quale non era difficile scorgere il profilo di Federico II. Dopo l’edizione delle opere autentiche, il passo ulteriore sarà lo studio sistematico di questo universo pseudoepigrafo, decisivo per l’immaginario profetico diffuso in età moderna in Europa e nel cosiddetto Nuovo Mondo, come
mostrato da Adriano Prosperi in un saggio importante, America e Apocalisse.
La collana di Viella “Opere di Gioacchino da Fiore: testi e strumenti” ha ormai superato i trenta volumi, e la traduzione della Concordia vi occupa un posto centrale. Gioacchino è uno di quegli autori medievali che molti citano e pochi leggono: il suo nome ricorre negli studi di filosofia della storia, da
Karl Löwith alle genealogie della modernità rivoluzionaria; attraversa la teologia politica, la storia delle eresie, l’esegesi biblica, l’immaginario letterario, fino all’Eco del Nome della rosa. Spesso la sua figura storica è appiattita su quella mitica del profeta dell’età futura dello Spirito, del precursore dei francescani spirituali, del maestro remoto delle apocalissi politiche dell’Occidente. Certo la fortuna di Gioacchino fu amplissima e spesso dirompente, ma proprio per questo – al di là delle genealogie, più o meno discutibili – occorre tornare ai testi. L’autore della Concordia non è un rivoluzionario moderno smarritosi nel XII secolo, ma un monaco ed esegeta convinto che la Scrittura custodisca la chiave della storia, e che il suo tempo, ormai vicino alla fine, richieda una nuova comprensione (intelligentia, intellectus) tanto della Scrittura quanto della storia.
Alla Concordia Gioacchino lavorò a lungo, probabilmente dal 1183 circa al 1196, mentre cresceva la sua fama e prendeva forma, sulla Sila, la nuova esperienza monastica di Fiore. L’opera ebbe una circolazione notevole: quarantadue testimoni manoscritti, più una stampa veneziana del
1519. Potestà fonda il proprio lavoro sulla monumentale edizione critica (in 4 volumi) di Patschovsky, ma non si limita affatto a trasferirla in italiano: rielabora il commento, lo rende più agile, e in alcuni punti corregge l’interpretazione dell’editore critico. Un esempio: Patschovsky tende a vedere nella religio christiana evocata da Gioacchino quasi un modello ideale di società, destinato a riportare l’intera cristianità alla perfezione della Chiesa primitiva. Potestà invita invece a restare più vicini al lessico medievale: religio non indica la cristianità nel suo complesso, ma una forma di vita religiosa.
Gioacchino penserebbe a una nuova istituzione d’impronta monastica capace di includere, in spazi distinti, anche chierici e laici; non un progetto di rifondazione dell’intera società cristiana, insomma, ma un modello di vita religiosa specifico e ripetibile. Anche grazie a correzioni apparentemente
minute come questa, il pensiero di Gioacchino viene restituito alla sua realtà storica. Gioacchino definisce la concordia come una somiglianza di uguale proporzione fra Nuovo e Antico Testamento, nella quale l’uguaglianza riguarda il numero, non il valore. Persone, popoli,
generazioni si corrispondono perché occupano posizioni comparabili entro il disegno della salvezza: Abramo e Zaccaria, Sara ed Elisabetta, Isacco e Giovanni Battista, i dodici patriarchi e i dodici apostoli. Gioacchino precisa che non si tratta di allegoria, né di generica armonia fra le due parti della
Bibbia. Dal Vecchio e dal Nuovo Testamento procede una sola intelligenza spirituale, come nella dottrina trinitaria lo Spirito procede dal Padre e dal Figlio (un punto non condiviso dalla Chiesa greca). Il rapporto fra le persone divine diventa così il modello per pensare quello fra Scrittura e
storia.
I primi quattro libri della Concordia, tradotti nel 2022 nel primo dei due volumi, presentano e applicano questo principio. Il primo libro descrive i giudizi inflitti da Dio all’umanità e al popolo eletto, insieme ai sette grandi conflitti subiti dalla discendenza di Israele, in rapporto ai sette sigilli
dell’Apocalisse; il secondo chiarisce il principio della concordia, distinguendolo dall’allegoria; il terzo torna sui sigilli e sulle figure che rendono visibile l’ordine del tempo; il quarto confronta più direttamente le generazioni dell’Antico Testamento con quelle successive a Cristo. Si tratta di
un’impresa ambiziosa: infaticabile, Gioacchino calcola, associa, corregge, cerca corrispondenze. Le generazioni diventano l’unità di misura della storia, ma la storia comprende anche lunghi periodi di transizione, nei quali il nuovo comincia mentre il vecchio non è ancora finito. I monaci, ad esempio, appartengono all’età del Figlio, ma anticipano l’età dello Spirito: sono l’avanguardia di un tempo non ancora arrivato, eppure già in via di manifestazione. Il secondo volume, uscito nel 2025, è dedicato al solo quinto libro, lungo quanto i quattro precedenti messi insieme. Qui la Concordia si presenta come un grande commento ad alcune sezioni dell’Antico Testamento. Gioacchino distingue dodici specie di comprensione spirituale della
Scrittura, fra cui sette di comprensione tipica, nelle quali le storie bibliche rivelano l’impronta delle relazioni trinitarie e dei loro corrispondenti sviluppi nella storia del mondo. Ne discendono alcuni annunci destinati a grande diffusione nell’Europa medievale e moderna: il ritorno dei Greci all’unione
con la Chiesa romana, la conversione dei Giudei, la venuta dell’Anticristo, il breve tempo terreno dello Spirito.
La traduzione di Potestà aiuta a seguire questo edificio senza cancellarne le asperità. La prosa di Gioacchino può essere faticosa, a tratti ossessiva: i calcoli si moltiplicano e si complicano, le figure sembrano dover provare ogni volta la validità dell’intero impianto. Dietro l’immagine famosa dei tre
stati e delle tre età emerge una macchina esegetica molto più complessa. Il lessico dell’inveramento permette forse di entrare nel cuore di questa costruzione. Noi diciamo spesso che una profezia “si realizza”; per Gioacchino e per i suoi primi lettori è più giusto dire che si adempie, o si compie. Una profezia antica non viene semplicemente realizzata da un evento nuovo; piuttosto, trova in esso una corrispondenza, mostra più pienamente il proprio senso, si compie dentro una trama che può conoscere ulteriori riprese, perché un tipo può avere più antitipi, una stessa profezia può inverarsi più volte, a livelli diversi, man mano che la storia procede e che lo Spirito ne dischiude l’intelligenza. Per Gioacchino la storia segue un ordine in cui tutto ha un significato, ma non è un copione interamente e definitivamente fissato. La Concordia riveste perciò un ruolo di spicco nella storia dei modi in cui l’Occidente cristiano ha pensato il tempo come una forma da decifrare. Anthony Grafton e Daniel Rosenberg hanno parlato, per l’età moderna, di cartografie del tempo. Gioacchino ne è unodei grandi cartografi medievali: disegna alberi, costruisce tavole, stabilisce corrispondenze e cerca nelle Scritture una mappa per capire dove salla fine.