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LE <<MEMORIE>> DI LUCA CAMPANO

Io Luca arcivescovo di Cosenza, nell'anno secondo del pontificato di papa Lucio (III), quando ero monaco vidi per la prima volta in Casamari un uomo di nome Gioacchino, allora abate di Corazzo, abazia fondata dalla Sambucina, che a sua volta era stato fondata da Casamari. Perciò egli era trattato a Casamari con ogni onore e amore come un nipote; ma ancor più per il possesso della sapienza e dell'intelligenza che aveva avuto in dono dal Signore. Allora dinanzi al suddetto Papa e alla sua corte, egli cominciò a far conoscere la sua perizia nell'interpretare le Scritture e nel rilevare la concordia fra il Nuovo e l'Antico Testamento. Avutane licenza dal Pontefice, cominciò subito a scrivere.

Mi meravigliavo poi che un uomo di tanta fama, dalla parola così efficace, indossasse vestiti tanto logori e dimessi e in parte corrosi alle estremità: seppi poi che per tutto l'arco della sua vita non si curò della qualità dei suoi abiti. Rimase a Casamari, di seguito, quasi un anno e mezzo, dettando e correggendo ad un tempo il Libro sull'Apocalisse e il Libro della Concordia. Anche in questo periodo diede inizio al Libro del Salterio dalle dieci corde.

Non appena si accorse che io avevo una qualche esperienza in merito e che ero segretario del mio abate, lo pregò di poter disporre di me come scrivano. E così avvenne: niente infatti l'abate Geraldo poteva negargli, così vivamente lo amava. Sedendo dunque ai suoi piedi, sia dentro la cinta del monastero che nella vicina grangia di Sant'Angelo di Corneto, docilmente e con umiltà scrivevo di giorno e di notte in un quaderno quel che egli dettava e correggeva sui fogli. Lavoravo insieme con altri due amanuensi suoi monaci, fra Giovanni e fra Nicola, l'uno dei quali fu nominato in seguito abate e l'altro priore di Corazzo.

Lo assistevo anche nella celebrazione della messa, ammirandolo in tutte le sue consuetudini. Infatti, celebrando, alzava più degli altri sacerdoti la mano per benedire l'ostia ed eseguiva in un cerimoniale più solenne i segni e le prescrizioni rituali. Nell'ora precisa del sacrifìcio eucaristico mostrava un volto acceso e veramente angelico, come allora notai e ben ricordo. Anzi non poche volte lo vidi piangere nella celebrazione della messa, specialmente durante la lettura della passione del Signore. Ebbi anche l'occasione di ascoltarlo, mentre diceva di non sentirsi mai così sollevato per tutto l'anno come nei quindici giorni della passione, tanto che se ne rattristava sempre quando stavano per finire. E forse per questo nel sabato, in cui si canta il Sitientes, gli fu concesso di non avvertire alcun dolore per la conclusione della sua vita mortale e, raggiunto il vero sabato, di affrettarsi come cervo alle sorgenti delle ac que.

Per incarico inoltre del mio abate tenne egli solo, poiché non aveva uguali in questo settore, frequenti sermoni in capitolo, sia nelle feste che nei giorni feriali. Anche allora, guardando il suo volto, avevamo l'impressione che fosse un angelo a presiedere la nostra assemblea. Infatti iniziava il discorso in tono pacato; gradualmente, andando avanti, imprimeva nelle menti degli uditori la parola di Dio con voce più forte e con viva partecipazione, non certo come un uomo ma veramente come un angelo. Non ho mai sentito alcuno lamentarsi che egli protraesse troppo il discorso del Signore, poiché nessuno di noi poteva saziarsi delle delizie della sua orazione.

Trascorreva la notte pregando assiduamente e scrivendo, e tuttavia si affrettava alla recita comunitaria del mattutino, cantando con umiltà e vegliando, tanto che non l'ho mai visto addormentarsi nel coro di Casamari. Non si curava affatto della qualità o della scarsità del cibo o della bevanda, e in alcuni giorni non saggiava pietanze cucinate a tavola. E nel caso in cui non veniva versato del vino nel suo bicchiere, per errore dell'addetto al servizio, che pensava fosse questa l'usanza del refettorio, si contentava solo dell'acqua, che riceveva per mano degli inservienti.

Mi raccontò un giorno che, trovandosi in Siria, quando era ormai rivestito dell'abito religioso, fu ospitato, molto giovane e solo, in casa di una vedova che, guardandolo con occhi impudichi e in un atteggiamento licenzioso, tentò di invitarlo al peccato. Ma il servo di Dio resistette con saggezza e fortezza. E poiché era ormai notte ed era impossibile uscire senza pericolo, mentre la misera se ne andò a dormire, egli trascorse tutta la notte in veglia e in preghiera. Disdegnando il letto preparategli dall'ospite, si adagiò su dei fasci di legna, superando così la tentazione della carne. E il mattino seguente, aperta la porta di casa, andò via senza neppure salutare la tentatrice. Confesso di non aver mai visto un uomo così zelante per la castità: spronava tutti quanti poteva a vivere una vita di purezza e in quanti gli era possibile correggeva l'incontinenza. Mi riferì il monaco Raniero,suo intimo amico, di non aver mai visto un uomo così immune da questo vizio, e aggiungeva che la stessa cosa riferivano vescovi e molti confratelli.

Lo vidi talvolta genuflesso, le mani e gli occhi elevati al cielo, e il volto rapito in colloquio con Cristo, come se lo mirasse faccia a faccia. Trascorsi in Pietralata con lui un'intera quaresima, nel corso della quale, eccetto che nei giorni di domenica e nelle altre feste, dava l'impressione di saggiare durante la giornata il pane e l'acqua più che di cibarsene, mentre giorno e notte scriveva o leggeva o pregava, e quotidianamente celebrava la messa. Aveva ottenuto da Dio quanto desiderava, come la possibilità di astenersi dai cibi e dalle bevande; e quanto più si asteneva, tanto più agile e forte appariva. Fuori del monastero, mangiando insieme con gli altri, consumava con rendimento di grazie la sua razione di cibo.

Quando, per suggerimento suo e di Raniero, mi toccò di essere richiesto come abate dai confratelli della Sambucina, mi scrissero tutti e due, invitandomi ad andare senza alcuna esitazione e di non addurre come pretesto di avere una certa difficoltà e insicurezza nel parlare. Ho conservato le loro lettere con il dovuto rispetto. Eletto abate nella festa di San Clemente, tenni il discorso in capitolo ai confratelli nella successiva domenica dell'avvento del Signore, portando in petto quelle stesse lettere, perché, più che nella mia, confidavo nella fede di coloro che me le avevano mandate; e ringraziai il Signore per avermi liberato dal vincolo della lingua, considerando la cosa come un miracolo da ascrivere ai meriti di coloro che mi avevano incoraggiato.

Quando alla Sambucina fui in preda ad una febbre altissima e ridotto agli estremi, egli venne a visitarmi e mi condusse amorevolmente nel monastero di Fiore, e vedendomi debilitato per mancanza di appetito, poiché non potevo ne volevo mangiare carne e desideravo i cavoli della comunità, mi disse:
«Mangia senza timore, mangia cavoli ogni giorno, e bevine anche il succo, nel nome del Signore». Dopo pochi giorni me ne tornai completamente rimesso in salute.

Nel successivo mese di novembre lo accompagnai a Palermo. Poiché, alloggiando con lui, digiunavo e cenavo tardi la sera, durante la notte soffrivo la sete e bevevo in continuazione. Una mattina mi fece capire che non era regolare bere tanto di notte, ma che dovevo astenermene, confidando nella misericordia di Dio. Seguendo il suo avvertimento, da allora in poi non soffro più la sete.

Un venerdì santo mi trovavo con lui nel monastero di San¬to Spirito in Palermo, quando egli venne chiamato alla reggia dall'imperatrice Costanza, che desiderava confessarsi. Egli andò e la trovò in chiesa, seduta sul suo trono. Si pose a sedere, dietro invito, su una sedia appositamente preparata per lui. Quando però la sovrana gli ebbe manifestato l'intenzione di confessarsi, interrompendola con l'autorevolezza richiesta dalla circostanza, le rispose: «Dal momento che io ora rappresento Cristo e tu la Maddalena penitente, scendi, inginocchiati sul pavimento e confessati con fede, altrimenti non sono tenuto ad ascoltarti». L'Imperatrice scese, si inginocchiò in terra e, sotto gli sguardi attoniti di tutti, confessò umilmente i suoi peccati, ammettendo di persona di aver scorto nell'Abate l'autorità apostolica.

Aveva appreso da Cristo ad essere mite ed umile di cuore. Infatti quando era abate a Corazzo, andava spesso a pulire personalmente tutta l'infermeria: il soffitto prima, poi le pareti e il pavimento, e infine penetrava nei locali più piccoli e nascosti. Fatta la pulizia della casa, volgeva il pensiero alla preparazione delle pietanze; e senza perder tempo, provvedeva nella maniera più opportuna in cucina alle necessità dei malati, preoccupandosi di non trascurare in nessun momento gli infermi e i deboli. Era d'animo compassionevole non solo verso i malati ma anche nei confronti dei suoi domestici, stanchi a volte per il viaggio, sino a scendere da cavallo e costringere il proprio servo a salire per un buon tratto in groppa, mentre egli proseguiva a piedi, fin quando quello non avesse recuperate le forze; e così poi rimontava a cavallo.

Nell'inverno in cui passò di vita vi fu una così grande carestia in Sicilia e in tutta la Calabria , che molti poveri morivano di fame. Egli con caritatevole premura soccorreva tutti quelli che poteva ed esortava gli altri a portare il loro soccorso. Divise con tanta compassione ai bisognosi i suoi vestiti, che a Cosenza fu visto ricoperto nella notte del solo scapolare. Durante l'ottava di Pasqua e di Pentecoste soleva celebrare la messa ogni giorno, e se era costretto ad uscire dal monastero portava con sé i paramenti e il calice per poter celebrare in qualunque chiesa gli fosse possibile. Diceva infatti che i veri e nuovi Giudei [cioè i Cristiani] non dovevano essere da meno di quegli Ebrei, che per sette giorni consumavano il pane azzimo.

Godeva di tanto credito presso i laici, allorché dava consigli di pratica utilità, che i nobili di Cosenza, come ci hanno riferito, quando la città era intorno presa d'assalto dai nemici, si sentivano rassicurati dalla sua presenza più che se centomila soldati armati provvedessero alla loro difesa.

Riguardo al culto divino nelle sacre ufficiature era sempre e dovunque così scrupoloso che lo vidi anche piantare una croce in Sila e accendervi intorno dei ceri su candelabri di legno, se ricorreva una festività; e così, secondo l'ordine delle ore, cantava con devozione assieme ai confratelli il mattutino e il vespro. Inoltre, dovunque egli dimorò, pose la massima attenzione per il decoro e il corredo dell'altare.

Esigeva mirabilmente da coloro di cui era superiore la stessa ubbidienza che egli aveva praticato quando era dipendente. Non tralasciava di correggere i disubbidienti con tanti e continui richiami, fino a riportarli all'umiltà di cuore e alla spontanea sottomissione. Fu sempre e dappertutto generosissimo con gli ospiti e li onorava particolarmente a mensa con espressioni di cortesia e di rispetto. Aspro e duro era unicamente con i suoi congiunti, che guardava come sconosciuti senza dare mai oro alcuna cosa, venendo a mitigare l'atteggiamento per lo più dietro le insistenze dei confratelli e dei servitori del monastero.

Fu straordinariamente resistente nel lavoro manuale, al quale molto spesso si applicava con gioia insieme con i confratelli. Robusto di corpo, si curava poco del freddo o del caldo, della fame o della sete.

Luca, amanuense e fedele trascrittore delle prime opere di Gioacchino nel ritiro di Casamari, restò sempre legato al suo maestro. Nel 1294 eletto, in seguito ad un preciso suggerimento di Gioacchino e di Raniero, abate della Sambucina, portò il monastero ad alto livello economico-sociale ottenendo pri­vilegi e concessioni da parte dagli imperatori Enrico VI e Federico II e dei pon­tefici Celestino III e Innocenze ZII. Uomo di santa vita e affermato predicatore, fu da papa Innocenze incaricato della predicazione della crociata in Sicilia e in Calabria. Arcivescovo di Cosenza dal 1203 al 1224, attese con zelo all'ammini­strazione della arcidiocesi, portò a compimento, arricchendolo nel disegno architettonico, il progetto della costruzione del duomo. Particolarmente solen­ne fu la consacrazione nel 1223 alla presenza dell'imperatore Federico II. Van­no ricordati ancora i numerosi incarichi diplomatici, affidatagli dalla Sede apo­stolica, per l a soluzione di non poche controversie nell'Italia meridionale.

Raniero da Ponza, che accompagnò Gioacchino nel primo ritiro sui monti della Sila, ricoprì in seguito un ruolo prestigioso e di primo piano sotto il pontificato di Innocenze III, svolgendo come inviato del pontefice una particolare missione diplomatica di pacificazione e di moralizzazione nei regni cristiani della penisola iberica. Nominato in appresso legato pontificio, tu inviato nel sud della Francia e nel nord della Spagna per combattere le eresie propagatesi in quelle terre. Egli svolse il suo mandato adoperando, in sintonia con lo spirito gioachimita, le armi della predicazione e del dialogo. Concluse i suoi giorni nell'isola che probabilmente gli aveva dato i natali, per dedicarsi a una vita di contemplazione e di preghiera, in rispondenza agli ideali che aveva già condiviso con l'Abate florense.

 
 
 

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