link home page
link centro studi
link gioacchino da fiore
link foto
link guestbook
link contatti
link forum
link mappa
link cambio lingua
 
 
VITA BEATI JOACHIMI ABBATIS
(Traduzione a cura del Prof. Oliverio Salvatore)

Introduzione

Nell'anno 1598 il monaco cistercense Cornelio Pelusio, originario di Caccuri, in Calabria, priore del monastero di S. Giovanni in Fiore e praeses della congregazione cistercense di Calabria e Lucania dal 1586 al 1605, copiò da un antichissimo manoscritto custodito nell'abbazia di San Giovanni in Fiore il testo di un'anonima Vita beati Joachimi abbatis , quasi certamente mutilo o del tutto illegibile nella parte iniziale e in quella finale e in altri punti difficilmente decifrabile ( ….. fideliter sed difficulter exemplavimus, egli avverte ).
La biografia era stata composta nei primi anni dopo la morte di Gioacchino da Fiore e certamente entro il 1209, anno della morte di Raniero da Ponza che in essa viene citato come ancora vivo. La copia del Pelusio, conservata nel fondo della Biblioteca Brancacciana della Biblioteca Nazionale di Napoli ( cod. I F 2, foll.274 – 278 ), fu pubblicata nel 1953 da Cipriano Baraut e successivamente, nel 1960, da Herbert Grundmann in una edizione più accurata, corretta ed integrata con qualche aggiunta, che è stata recentemente ristampata in un volume di saggi del Grundmann curato da Gian Luca Potestà.

Il Grundmann ammette di aver <<dovuto rinunciare al tentativo di restituire un testo linguisticamente corretto e comprensibile in tutte le sue parti>> e di non poter <<discernere con certezza quali errori di lingua e oscurità di contenuto siano imputabili alla copia di Pelusio oppure al manoscritto difficilmente leggibile dell'abbazia di Fiore da lui utilizzato
e andato perduto, o già allo stesso autore della vita >>. Il testo latino stabilito dal Grundmann è corredato da un apparato di varianti ricavate dal confronto con il testo già edito dal Baraut e con la biografia pubblicata nel 1660 a Napoli dall'abate cistercense Gregorio De Laude, che il Baraut, nella sua edizione, affianca alla copia del Pelusio. Infatti, come fa notare il Grundmann, <<talvolta l'esposizione di Gregorio De Laude può aiutare a comprendere o anche a correggere il testo giacché alla sua base c'è la Parafrasi di Giacomo Greco - pubblicata a Cosenza nel 1612 -, il quale narrò <con altre parole> il contenuto dell'antico manoscritto di Fiore da cui Pelusio eseguì la copia, per quanto riuscì a leggerlo >>.

Questa traduzione italiana dell'edizione del Grumdmann, qui integralmente riportata, tende tra l'altro a risolvere alcune incongruenze logiche e linguistiche del testo latino con un approccio molto attento alle funzioni semantiche, morfologiche e sintattiche impiegate dall'anonimo autore della vita, le quali spesso, anche in casi segnalati dal Grundmann come incomprensbili o problematici, risultano per se stesse sufficienti a dare senso al testo. In qualche altro caso, invece, si è dovuto fare ricorso ad inevitabili operazioni di ripristino di funzioni morfologiche e sintattiche alterate o incomplete, con interventi filologicamente plausibili, non senza lasciarsi almeno in un caso << soccorrere>>, secondo il consiglio del Grundmann, dall'uso oculato delle varianti interpretative, dunque esterne ed indirette rispetto alla tradizione del testo, da lui stesso offerte e derivate dalla edizione del Baraut e dalla biografia del De laude.

La proprietà lessicale e la tipologia sintattica risultano nell'insieme mature, al punto da escludere l'imperizia linguistica dell'anonimo biografo, che si dimostra persona dotta, concettualmente acuta e capace di costruire strutture linguistiche latine complesse e corrette che sostengono un linguaggio di tono alto, spesso molto affine, anche per contenuti e procedimenti, a quello dello stesso Gioacchino.
I guasti potrebbero essere nati già nella fase di stesura del manoscritto pervenuto al Pelusio, qualora esso non fosse l'originale redatto dall'autore, oppure potrebbero essere stati causati dalla difficile leggibilità del <vetustissimo chirografo> combinata con il livello di abilità del Pelusio nel leggere ed interpretare quell'antica scrittura. La versione italiana è corredata da poche ed essenziali note, quasi tutte di carattere tecnico-linguistico. Per il resto si fa riferimento all'ampio ed argomentato commento storico-critico della biografia pubblicato dal Grundmann e, per qualche aspetto particolare, al contributo di Gian Luca Potestà.

VITA DEL BEATO ABATE GIOACCHINO

(Ritorno del beato abate Gioacchino da Gerusalemme e dalla terra santa, dove visitò luoghi insigni e miracoli da lui stesso compiuti che meritano di essere raccontati in modo un poco più ampio. Tutti i fatti che seguono li abbiamo trascritti fedelmente ma con difficoltà da un antichissimo chirografo della biblioteca del monastero florense.)

Il nostro Mosè, ricevuta la rivelazione della duplice legge, discese dal monte, e, sul punto di tornare dai suoi, i quali egli sapeva che vivevano attaccati alle cose infime per il desiderio dei beni terreni, volle prima percorrere ogni terra, nella quale Dio si degnò di farsi vedere e di parlare con gli uomini, e volle visitare con pia sollecitudine i religiosi ovunque essi abitassero. Attraversando dunque la regione e dirigendosi nei diversi luoghi abitati dai Farisei, cosa che non si può riferire senza soffrirne, non vi fu alcuno di costoro che lo ebbero come ospite, nei quali non rimproverasse o correggesse qualche errore di morale o di fede; infatti è meglio tacere che parlare di cosa vide e di cosa si afflisse riguardo alla rimanente popolazione. Egli, preavvertito dalla grazia divina, comprese che Dio aveva già respinto dal suo cospetto, nell'ira e nell'indignazione, quella terra e che incalzava il tempo della sua correzione .

Trascorso così a Gerusalemme poco tempo, attraversò il mare e giunse prima in Sicilia, dove, vedendo quella terra opulenta e dedita alle voluttà, piangendo su di essa con un sentimento di dolore, ritiratosi nelle vicinanze di un monastero greco presso l'Etna, rimase nascosto in una grotta. Trascorse giorni di sacro digiuno nell'astinenza e nella preghiera, senza pranzare e senza cenare per tre giorni festivi. Infatti, avendo ricevuto una potente energia spirituale, egli era così resistente nel corpo, come a lode del Signore egli stesso confidò ad un tale a lui carissimo in Cristo, che in nessun luogo trovò mai qualcuno che contemporaneamente potesse in eguale misura digiunare, vegliare e lavorare.

Infine perseverando nel proposito o meglio nel desiderio di raggiungere la perfezione, imitando il beato Martino che oltrepassò le Alpi per la conversione dei suoi, al fine di portare come bagaglio nella sua patria i segni della conversione e del pellegrinaggio, rendendosi nello stesso tempo conto che lo Spirito Santo in Calabria non aveva ancora prodotto frutti copiosi ed evidenti della sua grazia e che incombeva su di lui il tempo di averne pietà, affinché quella regione per lungo tempo sterile fosse fecondata dalla parola, irrigata anche dall'esempio e riportasse una maggiore quantità di messi, nel mezzo dell'estate partì da lì e si trasferì in Calabria e in agosto giunse nella valle del Crati.

E ritenendo di doversi innanzitutto tenere lontano dalla città capoluogo, che per dignità e per posizione è la prima nella valle, sia perché è sempre coinvolta in cause, tanto che per questo motivo si sarebb e quasi potuta chiamare Causenzia non Cosenza, sia perché egli era guidato da quello spirito che in nessun modo può essere percepito nel frastuono e che aveva spinto Gesù nel deserto e che sempre sui monti e nei luoghi deserti rivelò ai padri gli alti misteri e i suoi profondi giudizi, discese lungo la parte orientale della città sino al fiume Crati attraverso un luogo chiamato Guarassano, volendo allora nascondersi ai suoi e passare inosservato. Ma proprio in quel luogo, costretto dal bisogno di un passante abituale che egli aveva mandato a raccogliere fichi e che era trattenuto a causa del furto, è lecito all'uomo supplicare per cose modeste, fu riconosciuto da un uomo di Celico che passava da lì. Interrogato da quello se fosse figlio dell'uomo sopra nominato , né volle mentire né ebbe l'animo di nascondersi.

Ed avendo così dichiarato la verità, scongiurò quell'uomo che tacesse e a nessuno facesse p arola di lui. E quello rispose: << Agirei in modo disumano e crudele se ti nascondessi a tuo padre e ai tuoi fratelli, i quali ogni giorno piangono per te come per una persona perduta e morta >>. << Allora, se non mi è possibile procedere diversamente>> disse Gioacchino << ti prego di venire con me, a trovare un luogo sicuro, dove tu possa condurre solo mio padre senza che alcuno se ne accorga>>. Andarono insieme ed egli stesso, rimanendo nascosto in un frutteto non lontano dal casale di Celico, suo paese , lo mandò dal padre. E questi, appena giunto, osservando il figlio, lieto che fosse ancora in vita, ma rattristato per la povertà che egli aveva scelto, lo rimprovera con parole di questo genere: << E' dunque questo, o figlio, che io mi aspettavo da te? Per questo ti ho fatto istruire nelle lettere e ti ho procurato un posto nella curia regia? Io e tutti i tuoi parenti pensavamo che per merito tuo la nostra famiglia po tesse essere ammirata per ricchezza ed esaltata per onori, e che la nostra stirpe diventasse nobile ed illustre.

Che cosa è dunque ciò che stai facendo? Per quale motivo sei divenuto un uomo quasi errante e ci hai profondamente deluso nelle nostre attese>>? Pronunciando parole di questo genere il padre espresse in eguale misura la sorpresa e il dolore del suo cuore per la degradazione del figlio, apparsagli subito chiara. Ma egli, istruito com'era da Dio, per nulla fu smosso da quelle espressioni, anzi contrappose in sua difesa obiezioni più forti, e in favore del servizio verso il principe celeste, che egli aveva scelto, aggiunse: << Tu mi conducesti alla corte del re, ed ora io servo al re celeste, per cui dovresti piuttosto gioire, poiché il tale e il talaltro, che prestarono servizio in quella corte regale, in poco tempo sono diventati l'uno avvocato, un altro notaio; ma ora, di grazia, dove sono>>? E, abbandonato subito il padre, si allontanò; ed interrogato da lui dove andasse <<lo saprai>> rispose e se ne andò.

Da lì si recò presso il cenobio della Sambucina, come sempre ed in ogni luogo desideroso di trovare uomini virtuosi in Gerusalemme, i quali procedendo nella carne in modo non carnale, manifestano i segni della pace futura e le stimmate delle gioie celesti. Entro quello stesso anno si ritirò in un'altra parte della valle, esposta ad oriente, sui monti di Rende, nel posto detto vado di Gaudielli vicino al fiume che viene chiamato Surdo e discende verso Rende. Lì si trattenne per un anno predicando al popolo di Rende che ormai lo ascoltava con molto interesse ogni volta che ne capitava l'occasione, consapevole di portare frutto proprio allora tramite parole di grazia che provenivano dalla unzione dello spirito. Ma poiché temeva forse di peccare assumendo l'ufficio della predicazione senza la dignità dell'ordine ecclesiastico, ritenne doveroso di andare dal vescovo di Catanzaro per ricevere gli ordini sacri che precedono il sacerdozio.

Accadde dunque che, andando e tornando, passasse per il monastero di Corazzo, dove, conosciuto per quale egli era in base alla sua dottrina dal nobile monaco Greco, fu condotto a quel discorso col quale si legge nel Vangelo che il Signore rivolto contro il servo pigro perché aveva trattenuto il suo talento lo atterrì. Ricordandosi di quel giudizio ne ebbe paura ed allora per prima cosa promise di convertirsi, ritornò nella sua cella e, avendo lasciato ogni cosa, tornato subito a Corazzo, assunse l'abito della regola della colomba sotto l'abate Colombano.

E poiché entro il periodo di prova stabilito dalla regola egli perveniva al miglioramento della perfezione monastica, non molto tempo dopo fu fatto priore dei frati. Infine, poiché il padre già ricordato, cercando di evitare alcuni scandali ricorrenti , si dimetteva dalla carica, i frati del luogo che trattavano della nomina dell'abate all'unanimità si orientarono verso il loro priore. Ma, quando egli se ne accorse, non volendo diventare re secondo l'esempio del Signore, uscì e si nascose. E desiderando per prima cosa di vivere nella quiete, si recò nella chiesa della Santa Trinità nel territorio di Acri. Ma lì si rese conto della corruzione dei monaci che vi abitavano, e, costatando che essi parlavano con donne all'interno del monastero, ritornò alla Sambucina; e, sebbene non lo accogliessero nel convento quasi per rispetto verso Corazzo, che egli aveva lasciato, là egli si tratteneva preferendo di essere giudic ato da persone sante piuttosto che da persone inique.

Ma poiché i monaci di Corazzo perseveravano nella proposta di elezione, con la quale chiedevano che Gioacchino fosse loro superiore, Gioacchino, vinto dalle esortazioni e dalle preghiere di uomini venerabili, quali Ruffo, allora arcivescovo di Cosenza, Simeone abate ed Ilario priore della Sambucina, Melis illustre giudice di Rende e di altre nobili e rispettabili persone, accettò l'elezione e fu ricondotto come abate a Corazzo fra la gioia dei sudditi. Cominciò così da uomo fedele e prudente, a governare con prudenza e fedeltà i beni temporali; ma ogni sua attenzione era rivolta all'esercizio del progresso spirituale, non volendo trascurare in alcun modo la grazia ricevuta; anzi meditava, parlava e commentava secondo l'intelligenza delle scritture a lui donata dall'alto, rispettando tuttavia le regole dell'ordine in cui stava, poiché non gli era lecito di scrivere senza la licenza del capitolo generale.

Divenuto, come già abbiamo detto, abate di Corazzo, non molto tempo dopo volle col consiglio dei frati affiliare alla Sambucina il monastero di Corazzo. Ma la Sambucina non volle accettarlo per la povertà, come diceva, e per l'indigenza dei monaci. Infine su consiglio dei monaci andò all'abbazia di Casamari e volle affiliare ad essa il suddetto monastero. E quelli risposero allo stesso modo dei monaci della Sambucina. Allora, mentre era nel suddetto monastero di Casamari, gli fu rivelato il mistero della Trinità e scrisse lì il primo libro del Salterio dalle dieci corde. In quel tempo il papa Lucio si trovava a Veroli; recandosi da lui gli chiese la licenza di scrivere nel modo in cui egli aveva visto per rivelazione. Ma, non volendo il papa concederla, proprio perché gli sembrava difficile concedere tale licenza, rispose e disse: << Affinché crediate ciò che dico, questo sia per voi un segno: ecco fra poco Gerusalemme s arà presa dai Saraceni>>. Non si era allontanato l'uomo di Dio; infatti per molti giorni egli era rimasto lì col papa Lucio; ed ecco venne un messaggero il quale annunziava che Gerusalemme era stata conquistata dai Saraceni.

Morto poi papa Alessandro, mentre tutto si svolgeva nella pace più completa sotto il re di Sicilia Guglielmo II, nel terzo giorno dopo la domenica di resurrezione, nel quale gli era stata rivelata la concordia del vecchio e del nuovo testamento, chiamò in disparte il venerabile Pellegrino, suo monaco, e il fratello di lui Bonazio parimenti santo e Giacomo fratello del priore, oggi giudice probo, e ad essi, nell'imminenza della tribolazione, aprì il suo animo con queste poche parole:<< O in quest'anno comincia la tribolazione e i suoi inizi non vengono rinviati oltre l'anno seguente da colui che, secondo le testimonianze dei profeti, fa cadere sui figli degli uomini il giorno della sua ira; oppure io non ho ricevuto dal Signore questa intelligenza e il preavvertimento a fuggire dalla vista dell'arco. Pronunciate queste parole e consegnatele alla fedeltà dei tre testimoni sotto forma di segreta rivelazione, si allontanò.

In quei giorni c'era nella regione un uomo potente, ricco di virtù e forte, ma non contaminato da alcuna lebbra, giacché non gli mancavano né una straordinaria umiltà, né l'ammissione alle conversazioni di corte nel servizio del re, né l'onorificenza della cintura militare allora conferitagli dall'imperatore di Costantinopoli per una esemplare missione diplomatica presso lo stesso imperatore per conto del re, né la potenza e la dignità temporale, al quale la varia e continua insistenza dei familiari e soprattutto del fratello vescovo quasi per la speranza della prole non riuscirono a togliere la verginità della carne, e costui era il signore Oliveti; sui monti di un suo podere c'è un luogo detto Pietralata, che Gioacchino chiamò Pietra dell'Olio; ed in esso Gioacchino scelse per sé un porto di quiete ed un angolo di solitudine.

Poiché i monaci di Corazzo non riuscivano a farsi una ragione di questa separazione, sia perché non potevano essere privati della presenza desiderata e necessaria di tanto padre, sia perché, ignari, resistevano allo spirito, lo disprezzarono sino a tal punto che, ebbri , secondo il cantico del decimo salmo graduale aravano il suo volto standogli addosso con dispute e pretese, finché con gli anziani della casa monastica si recò presso la curia romana, la quale lasciò liberi anche questi stessi monaci secondo il volere del sommo pontefice. I monaci di Corazzo si affiliarono al monastero di Fossanova. Allora esonerato e libero con pienezza del suo voto tornò a Pietra dell'Olio, pronto ad iniziare da quel momento gli amplessi della sua unione con Rachele nella propagazione del seme, che si aggiunse alla sua destra.

Ed ivi per primo si accostò a lui frate Raniero, ora, come confidiamo, uomo santo, sin da allora infiammato dallo zelo della verità, erudito nelle discipline liberali, facondo nella predicazione, che venne dai confini del regno dall'isola di Ponza ad ascoltare la sapienza del nuovo Salomone. E dopo divenne legato in Spagna e quale discepolo, attraverso tutti i luoghi della sua delegazione, diede testimonianza del maestro; poiché attraverso di lui fu introdotto nel portale delle divine scritture. Procedevano dunque speditamente insieme i due venerandi, tuttavia in tutto lo anticipava e lo precedeva Gioacchino, nella pienezza di sapienza e di scienza così come anche nella dignità del sacerdozio. Frattanto il luogo del loro ritiro a causa della frequenza di coloro che vi accorrevano cominciò ad essere inadatto al progetto ed al desiderio di Gioacchino e, fatta salva la carità generosa e molto discreta dell'ospite o meglio del benefattor e , non sopportava il peso e la reverenza di un così grande uomo e del suo compagno di impresa.

Volle pertanto salire sui monti della Sila e cercare un luogo tra queste montagne freddissime, in cui potessero in qualunque modo abitare. E, aggirandosi in un primo tempo nei dintorni del fiume Lese, dopo che, abbandonato anche il Lese, tornarono indietro per altra via, affaticati per l'asprezza e l'impervietà dei luoghi, nel posto destinato al loro compagno, egli stesso con un converso e con un laico si diresse verso il luogo in cui Fiore confina col fiume Arvo, nel tratto in cui sono circondati da alti monti.

Il luogo piacque ai suoi compagni, e delimitando a mano uno spazio di quattro passi per erigervi un tugurio nel quale abitare, ritornò dal compagno, il quale era rimasto solo in quel posto ed aspettava solitario, non senza presagio del futuro. Allora, infine, tornarono a Petra, che dicono Lata, aspettando lì finché in Fiore non venisse costruito il primo tugurio. Mentre dunque regnava il suddetto Guglielmo II e dappertutto era diffusa la pace, partirono di nuovo da Petra e si ritirarono fra le montagne in Fiore – il luogo sul fiume, che è situato proprio tra i monti e i colli, fu così chiamato - affinché in Nazareth fosse annunciato il nuovo frutto dello Spirito Santo, fino a che, a partire da quel luogo, il Signore operasse la massima salvezza su tutta la terra.

Essendo stato avviato da parte del nuovo israelita un tale e per tutta l'estate intenso esodo, mentre uomini in ogni modo provenienti alla solitudine di Fiore popolavano il luogo e mentre trascorreva il sesto mese di quella peregrinazione, precisamente il dodicesimo dalla costruzione del tugurio, affinché la tempesta iniziasse nell'anno in cui l'uomo di Dio l'aveva predetta, il re morì. E dopo aver subito turbato gli altri, l'amaro calice che, come dimostra il santo giorno, doveva nella sua prima effusione essere versato a tutti, a ogni popolo della terra, giunse allo stesso Gioacchino e a coloro che aveva cominciato a formare. Il ministro di colui che regnò dopo il re pacifico, i suoi baiuli e i camerari della valle del Crati cominciarono a molestarli, ad affliggerli e ad atterrirli, infliggendo loro minacce e violenze, affinché il santo seme, che contrariamente alla natura dei monti era stato seminato da poco durante l'estate, si attardasse a germoglia re e portasse molto frutto nell'estate seguente.

Gioacchino, perseguitato ed afflitto dagli esecutori del Faraone, fu costretto a presentarsi al re e a supplicarlo con queste parole: << Comanda il re – disse – quando egli permette che io ed i figli, i quali il Signore mi ha affidato riuniti in una sola famiglia, avendo giurato di servire a Cristo, veniamo cacciati come cervi in quella parte dei monti della Sila che io ho scelto>>?

O uomo veramente sapiente che come un nuovo Giuseppe conosce veramente il futuro! Considerata attentamente la questione da tutti i punti di vista , il re ritenne opportuno far valere le ragioni dei frati. Il re sembrava succube del vizio dell'avarizia ed avido di lode. Di conseguenza il suo discorso rafforzò questa sua inclinazione in modo tale che egli si rendesse conto in merito alla petizione presentata che da parte sua c'era più da temere che da opporsi alle richieste, poiché sarebbe stato considerato di animo molto crudele e di mente poco lucida se non fosse stato benevolo verso un genere di vita e riguardo ad uno spazio che non si potrebbe negare alle bestie selvagge.

Nel contempo il nostro Giuseppe esaminò anche i consiglieri del Faraone, che detestavano in genere il nome e le opere di tutti i monaci, sia perché mancano di rettitudine sia perché si corrompono a causa del tempo libero che rimane loro dopo le attività e lo studi o. Per cui sceglie per sé e per i suoi le gelide selve, le asprezze dei monti, una terra remota dai piaceri delle città e tutto ciò che l'Egitto respinge, rispondendo a lui che gli offriva la Matina allora dell'ordine nero: << Non sia mai – disse – ecco come Mosè io condurrò le mie povere pecore nelle zone più interne del deserto poiché non c'è convivenza tra i figli della luce e quelli del mondo , tra Sodoma in cui Lot per poco non perì e la montagna nella quale Davide si rifugiò e prolungò la sua vita, tra l'ebbrezza suscitata dalla presenza delle voluttà e la sobrietà che viene assicurata dalla vita semplice come fu creata da Dio presso la sua chiesa. I figli di Dio vedendo le figlie degli uomini, poiché erano belle, fra tutte presero per sé come mogli quelle che essi avevano scelto>>.

E affinché ci ricordassimo anche di quell'antica colpa disse: e la donna – cioè Eva – vide che quell'albero era buono per mangiare, bello alla vista e dilettevole nell'aspetto, prese frutta da esso e la mangiò e ne diede all'uomo; bisogna notare ciò che conseguì dall'assunzione di quel cibo, che cioè i loro occhi si aprirono a percepire ogni mezzo di turpitudine. Ormai chi legge anche capisce. Ma torniamo al tema che ci siamo proposto. Il re tese la mano e, indotto dall'argomentazione della pia richiesta e dall'autorità del richiedente, concesse un rescritto di tal genere, che i baiuli senza essere molesti assegnassero ogni anno cinquanta salme di frumento delle decime fiscali.

In quel tempo l'imperatore Enrico, entrato nel primo anno del suo impero, aveva assediato Napoli, città della Campania molto fortificata, poiché gli era dovuta per il diritto di successione di sua moglie; e, mentre il suddetto principe si sforzava con ogni mezzo in quanto non sarebbe stato prudente per lui avanzare ulteriormente senza aver conquistato Napoli, trascinato dall'ira, aveva cominciato ad agire con crudeltà, a disonorare persone ecclesiastiche e a devastare le chiese, oltre a grandissimi saccheggi e stragi che l'esercito, lasciato libero o piuttosto su precisi ordini, estendeva per campagne e borghi contro le persone fatte prigioniere e contro il popolo. Pertanto, poiché aveva riposto nella carne il suo braccio e confidava più nella tortura che nella giustizia, la mano del Signore si levò pesante contro di lui e contro tutta la moltitudine di quei violenti, dei quali ormai ne soccombevano più per le malattie che per le ferite.

A queste notizie Gioacchino, a cui l'unzione dello Spirito aveva fatto conoscere ogni cosa, consapevole di quello che sarebbe avvenuto della contesa in corso, per far cessare le continue stragi, sperando che una rivelazione frenasse gli inutili tentativi dell'imperatore, si presentò coraggiosamente a lui e prima di tutto lo rimproverò, per quanto gli fu lecito, per avere disonorato Dio, e i suoi santi precetti e il clero e gli uomini religiosi e per la disumanità contro tutta la popolazione della regione, annunciando che sul suo popolo e sulla sua gente era stata pronunziata una sentenza a causa dei predetti crimini e che, se non si fossero subito ravveduti e non si fossero allontanati, sarebbero morti tutti insieme con lui, e che essi, pur anche tornando, dovevano comunque essere puniti per le loro trasgressioni. Ma, affinché gli animi feroci dei barbari e le superbe schiere della moltitudine degli armati non avessero alcun dubbio rispetto alla gr avità della situazione, rivolto all'uomo che a lui parve comprendere il senso e la fondatezza di quelle enunciazioni, aggiunse: << Accadrà che il re di Babilonia abbatta Tiro ed il suo re, così che tu stesso, dopo che avrai agito in tal modo secondo la sentenza che, come dissi, giustamente è stata emessa su di voi, confuso, possa tornare e conquistare il regno della Sicilia, senza guerra; e queste parole sono confermate facilmente per mezzo di Ezechiele e degli altri profeti >>; egli avrebbe ammirato quell'uomo di Dio per i suoi esempi tratti dalle scritture riguardo ad eventi i quali, pur dovendo essere creduti, a stento potevano essere concepiti.

Lo affidò ad un marescalco, il quale attraverso gente rozza e feroce, che non rispettava l'ordine o l'età, lo conducesse salvo a Salerno. Ed egli fu udito dire alle sue spalle, mentre si allontanava: << Quanta malizia si nasconde sotto questa cocolla di frate >>! Egli infat ti non poté sopportare con animo sereno il tuono dell'eloquenza purificatrice della lingua né respingere o scansare i lampi delle infuocate parole. E così avvenne, e tornò l'imperatore mal volentieri, senza gloria, flagellato, cosi come la parola di Dio per bocca del profeta già ricordato si volge contro il re dell'Egitto e contro tutto l'Egitto e più esplicitamente è racchiusa in queste parole: Figlio dell'uomo, il re di Babilonia fece incrudelire il suo esercito con grande severità contro Tiro, ogni capo fu rasato, ogni spalla fu depilata e le altre seguenti che non è di questo luogo e di questo tempo di dissigillare. Legga chi vuole all'indietro i capitoli precedenti del passo citato e si renda conto, se qualunque cosa che ivi si legge di Tiro e del re di Tiro secondo l'intelletto tipico, non convenga in tutto alla Sicilia e al suo re così come dimostra il corso degli eventi.

Dopo tre anni, affinché si compisse il discorso del Signore fatto ad Ezechiele riguardo alla profezia degli eventi futuri misteriosamente prefigurati in quelli antichi, ecco, disse, io condurrò a Tiro Nabucodonosor dal settentrione, re dei re con carri e cavalli e cavalieri e molti dei nobili e del popolo e quant'altro, che proseguiranno l'opera di devastazione, di saccheggio e di sovvertimento contro ognuno, uno per uno. Si ravvide l'imperatore, divenendo tale quale era stato destinato e subito la terra scossa tremò davanti a lui. Agì liberamente il re contro guerrieri timidi e fiacchi, contro ricchi avari e giudici iniqui, contro inquisitori ubriachi, contro sacerdoti stolti; abbatté statue, demolì mura, rase al suolo case, fece tacere la moltitudine dei canti nel suono degli organi.

Quando entrò in Calabria, egli, che era scampato alla morte, accorrendo in modo che da più lontano ne riconoscesse il volto, lo chiamasse per nome e lo salutasse, disse a quanti lo servivano: << Questo è l'abate Gioacchino, che da tempo ci ha predetto tanto le avversità che sono già passate quanto gli eventi propizi che ora constatate >>. Ed infine trovò tanta grazia presso di lui ed i suoi principi, che uno speciale custode, il quale i Tedeschi chiamano stanszaran, fu posto a custodire con sollecitudine anche il luogo della sua nascita. Il monastero di Fiore ed il casale di Celico, sua patria, divennero quasi due città di rifugio. Gioacchino come un nuovo Geremia nel tempo dell'ira divenne simbolo di conciliazione intercedendo soprattutto in favore dei poveri.



 
 
 

©  Centro  Internazionale   di  Studi  Gioachimiti

- Tutti i diritti sono riservati - Vietata la copia anche parziale -
Contatti: Centro Internazionale di Studi Gioachimiti presso Abazia Florense
87055 San Giovanni in Fiore (CS).  
Tel:
(+39)0984991825 - Fax: (+39)0984975888


Il sito è una realizzazione: MediaMagnus